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Se si parla di Festival del Cinema, le manifestazioni più conosciute sono certamente quelle di Cannes, Venezia, Locarno, Tribeca e Sundance. Esistono però altre rassegne, magari poco note, che vale la pena scoprire e segnalare. Una di queste è quella dello Zanzibar International Film Festival.

Giunta alla sua quattordicesima edizione(!), quest’anno il Festival, uno dei più grandi e noti dell’Africa Orientale,  si svolgerà dal 18 al 26 giugno come di consueto nel noto arcipelago facente parte della Tanzania. Il programma è molto ricco e vede ben 71 film in cartellone, tra cui 6 anteprime mondiali, 46 concorsi e numerosi workshop come potrete ben leggere qui. Il tema scelto per quest’anno è: “A Season of Vision“.

I film in concorso per l’edizione 2011 provengono da ogni parte del Mondo, ma a rendere il tutto ancora più interessante – e divertente – sono anche gli eventi di contorno, tra cui il concerto di Shaggy, previsto per il 24 giugno all’Old Fort a StoneTown (la capitale di Zanzibar).

Al di là del festival in sé, si tratta di un’occasione unica per scoprire – o rivedere – una delle località più suggestive e accoglienti dell’Africa (qui altre info in merito). Per chi volesse recarsi al Festival o visitare Zanzibar, ecco una dritta per la sistemazione. Un amico milanese si è, infatti, trasferito in loco da diversi anni, aprendo uno splendido resort denominato Red Monkey Lodge. Mi è capitato di passare da quelle parti un paio di anni fa: la struttura è accogliente e i prezzi abbordabili. Se dovete quindi pianificare una vacanza di totale relax, considerate assolutamente questo resort. Ne rimarrete soddisfatti!

Infine una curiosità per gli appassionati di musica. Freddy Mercury (registrato all’anagrafe come Farrokh Bulsara) è nato a Zanzibar, a StoneTown. La casa dei suoi genitori dove il cantante dei Queen ebbe i natali, è meta di turisti e vicino ad essa esiste anche un bar/pub che porta il suo nome.

Ottimo spot referendario realizzato da Corrado Guzzanti per “Aniene”, la sua nuova trasmissione su SKY

Dopo aver terminato di girare nel 1976 a Taiwan i film “Naval Commandos”, “Seven Man Army” e “New Shaolin Boxers”, Chang Cheh convince alcuni stuntmen a tornare con lui ad Hong Kong per firmare un contratto con gli studi Shaw. Tra gli stunt che accettano di trasferirsi ci sono Robert Tai, Kuo Chi (Philip Kwok), Lu Feng, Chiang Sheng, Sun Chien e il muscoloso Lo Meng. Tutti loro, insieme, creano la leggenda dei “Five Deadly Venoms”. Il coreografo Robert Tai, nuovo assistente di Cheh, concluso il lavoro per “The Brave Archer” (protagonista Alexander Fu Sheng), si imbarca nel progetto “The Chinatown Kid”, una co-produzione americana. Si tratta della prima pellicola che vede apparire alcuni dei nuovi attori reclutati sul grande schermo. Il successo è tale che Tai convince Cheh a girare i successivi film senza l’ausilio dei soliti volti. Nasce così la leggenda dei Venoms.

I Venoms prendono il nome da “The Five Deadly Venoms”, film del 1978, vero e proprio blockbuster ancora oggi considerato di culto. I protagonisti possiedono caratteristiche e stili di kung fu particolari: Lo Meng è il Rospo, Kuo Chi è la Lucertola, Lu Feng è il Millepiedi, Wei Pai è il Serpente, Sun Chien lo Scorpione e Chiang Shieng l’allievo più giovane con uno stile non definito. Risulta abbastanza complicato elencare il numero di film in cui sono apparsi i Venoms, ma è certo che all’attivo il gruppo ha almeno 14 film con Chang Cheh alla regia. Wei Pai non è considerato un membro dei Venoms a tutti gli effetti, poiché subito il film, firma per la concorrente Golden Harvest, finendo a lavorare con Sammo Hung e Jackie Chan rispettivamente in titoli come “The Magnificent Butcher” e “The Young Master”.

Quello con i Venoms è l’ultimo glorioso capitolo di Cheh nel mondo del cinema delle arti marziali. “The Five Deadly Venoms” è un grande successo e un caposaldo della filmografia di genere made in Hong Kong. Proprio per questo, la produttrice Mona Fong (Shaw) chiede a Cheh di ripetersi e nel giro di un anno escono film come “The Crippled Avengers”, “Invincible Shaolin”, “Kid With The Golden Arm” e “Avenging Warriors Of Shaolin”, tutti con i Venoms protagonisti. L’ultima produzione degna di nota che vede gli attori riuniti è “House Of Trap” del 1982. Ma, nonostante questo, molti fan del regista ritengono ancora oggi che “Five Element Ninja” sia il suo canto del cigno.

Durante la sua carriera, Cheh ha portato molti nuovi spunti ed elementi al cinema di genere di Hong Kong. Nel suo primo film di successo, “One Armed Swordsman”, ad esempio, il protagonista Wang Yu sovrasta i nemici usando una particolare spada spezzata ereditata dal padre. In “Na Cha The Great” con Fu Sheng, vediamo invece l’eroe usare un cerchio di acciaio e una spada di fuoco per combattere i malvagi. Ma le armi più stravaganti sono sicuramente quelle che compaiono nei film dei Venoms. Si notano meno combattimenti a mani nude, sostituiti da strane armi di tortura. Anche in “The Crippled Avengers” e “Avenging Warrriors Of Shaolin” assistiamo a un tripudio di armi senza pari. Ma è soprattutto in “Five Element Ninja” che l’immaginazione di Cheh arriva al suo massimo, con l’ideazione di una stranissima arma multiuso molto simile a un coltello svizzero gigante!

Cheh verrà sempre ricordato come uno dei registi più violenti e sanguinosi della storia del cinema di Hong Kong. Ciononostante, il regista ha sempre cercato di non esagerare con i litri di sangue versato, usando in alcuni casi anche degli accorgimenti per mitigare la violenza (colore del sangue diverso dal rosso, uso del b/n, filtri). Un altro elemento importante del cinema di Cheh è la regola del sacrificio dell’eroe. La morte eroica di Chen Kwan Tai in “The Boxer From Shantung” ne è un esempio e ci ricorda che non solo l’eroe può morire, ma che prima di farlo può essere capace di prevalere sui nemici, seppur con un’ascia piantata nella pancia!

Tutto questo machismo e violenza ha portato verso Cheh diverse accuse, ad esempio quella di omosessualità e misoginia. Questo perché il regista ha lavorato nel corso della sua carriera perlopiù con attori che con attrici. Ma si deve ricordare che il cinema di genere marziale ha sempre visto eroi e combattenti maschi come protagonisti piuttosto che donne (“Golden Swallow” del 1968 con Cheng Pei Pei è un caso isolato). Comunque stiano le cose, Cheh è riuscito dove altri hanno fallito: esportare il cinema di Hong Kong all’estero, creare dei film di culto e ispirare molti registi a venire. Tsui Hark, ad esempio, ha preso spunto da “One Armed Swordsman” per il suo “The Blade”, mentre Corey Yuen ha visto “The Boxer From Shantung” per il suo “My Faher Is A Hero”Senza Cheh molti grandi nomi del cinema odierno non esisterebbero e, anche se la sua figura ancora oggi divide molti fan del cinema di arti marziali, Cheh rimarrà per sempre a pieno titolo il “Godfather Of Kung Fu”.

Chi volesse approfondire l’opera del regista, nel corso degli anni, grazie all’esplosione di popolarità del genere avvenuta negli anni 70 in Italia, sono stati pubblicati alcuni dei film di Cheh per il mercato homevideo italiano. Al momento sono disponibili in DVD i seguenti titoli:

Have Sword Will Travel – Le invincibili spade delle Tigri Volanti”

http://www.avofilm.it/italian/vendita-dvd-film.php?sEC2View=prodotto&iProdotto=310

“Golden Swallow – Le implacabili lame di rondine d’0r0″

http://www.avofilm.it/italian/offerte-dvd.php?sEC2View=prodotto&iProdotto=81

The Five Deadly Venoms – Le furie umane del kung fu”

http://www.avofilm.it/italian/vendita-dvd-film.php?sEC2View=prodotto&iProdotto=244

The Water Margin – Le sette anime del drago”

http://www.avofilm.it/italian/vendita-dvd-film.php?sEC2View=prodotto&iProdotto=243

One Armed Swordsman – Mantieni l’odio per la tua vendetta”

http://www.avofilm.it/italian/vendita-dvd-film.php?sEC2View=prodotto&iProdotto=88

Return Of The One Armed Swordsman – La sfida degli invincibili campioni”

http://www.avofilm.it/italian/vendita-dvd-film.php?sEC2View=prodotto&iProdotto=90

The New One Armed Swordsman – La mano sinistra della violenza”

http://www.avofilm.it/italian/vendita-dvd-film.php?sEC2View=prodotto&iProdotto=87

Heroes Two – I due eroi”

http://www.avofilm.it/italian/vendita-dvd-film.php?sEC2View=prodotto&iProdotto=87

The Blood Brothers”

http://www.avofilm.it/italian/vendita-dvd-film.php?sEC2View=prodotto&iProdotto=80

All Men Are Brothers – I 7 guerrieri del kung fu”

http://www.avofilm.it/italian/vendita-dvd-film.php?sEC2View=prodotto&iProdotto=82

The Heroic Ones – I 13 figli del drago verde”

http://www.avofilm.it/italian/vendita-dvd-film.php?sEC2View=prodotto&iProdotto=83

Two Champions Of Shaolin – I due campioni dello Shaolin”

http://www.avofilm.it/italian/vendita-dvd-film.php?sEC2View=prodotto&iProdotto=85

Se volete andare a recuperare anche il resto dei film girati da Cheh menzionati in questo post, consiglio l’acquisto su siti come YesAsia. Purtroppo molti di questi titoli sono in lingua cinese (sottotitolati in inglese) e disponibili in DVD nel formato Regione 3 (necessita player sbloccato). Per questo meglio rivolgersi ai più economici VCD, leggibili da tutti i player . Badate che siano prodotti targati Celestial Picture, casa di produzione la quale, nello scorso decennio, ha provveduto a ripubblicare e rimasterizzare in digitale tutti i film degli studi Shaw.

Riguardo al cinema di arti marziali, i nomi che vengono più spesso in mente sono quelli di attori come Bruce Lee, Jackie Chan, Jet Li, Donnie Yen. Per i registi ci sono invece più difficoltà. Si conosce ben poco, infatti, se non i nomi di coloro che hanno avuto esperienze hollywoodiane, come Yuen Woo Ping e John Woo. Chi è appassionato di film di arti marziali come il sottoscritto, invece, conosce perfettamente tutti i personaggi che hanno dato lustro a questo genere di cinema. Tra quelli da citare assolutamente c’è colui che è considerato da tutti come il Padrino dei kung fu movie: Chang Cheh.

Scomparso nel 2002 all’età di 79 anni, Cheh ha al suo attivo più di un centinaio di film, girati per la maggior parte per conto della casa di produzione Shaw Brothers. Nato nel 1923 a Huangzhou, nella provincia di Hubei, Cheh inizia la sua carriera nell’industria cinematografica nel 1947 a Taiwan, quando scrive la sceneggiatura di ” The Woman With The False Face”. Il suo primo ruolo da regista lo guadagna nel 1959, quando dirige il film “Storm Cloud Over Alishan”. Da qui in poi il suo nome inizia a diventare noto, soprattutto grazie alla realizzazione dello script per “The Cruel Heart Of My Man”, film che gli vale la chiamata ad Hong Kong da parte dei rinomati Shaw Brothers Studios, con i quali nel 1967 realizza il suo primo blockbuster con protagonista l’attore Jimmy Wang Yu: “One Armed Swordsman“.

Insieme a Wang Yu, Cheh dirige un discreto numero di film (tra i migliori “Golden Swallow” e “Return Of The One Armed Swordman“), utilizzando sempre la stessa formula: violenza, onore, vendetta & redenzione, coordinate tipiche dei film di samurai giapponesi (chambara) da cui si ispira. Nel 1969, con la partenza di Wang Yu che firma per la rivale Golden Harvest di Raymond Chow, Cheh è costretto a cercare nuovi attori. Trova David Chiang e Ti Lung, con i quali gira come prima cosa “Dead End“. Ti Lung è un attore dalla forte presenza scenica, mentre Chiang con la sua simpatia e  la sua faccia acqua e sapone, rimpiazza alla perfezione la figura del dimissionario Wang Yu. La chimica che si crea tra i tre è qualcosa di magico e permette a Cheh di infiliare una sequela di successi al botteghino (“Have Sword Will Travel“, “Vengeance“, “The Duel“, “The Heroic Ones”, “The New One Armed Swordsman” e “Duel Of Fists”). Una particolare menzione merita “Vengeance”, additato da molti come il primo film di kung fu moderno capace di oscurare le allora più popolari pellicole di di cappa&spada (wuxiapian). David Chiang con “Vengeance” guadagna il premio di Miglior Attore alla sedicesima edizione dell’Asian Film Festival, mentre Cheh ritira il premio come Miglior Regista. Un grande riconoscimento che però non fa passare a Cheh la voglia di impegnarsi sul set. La sua ricerca di giovani attori di talento ricomincia subito e Chen Kwan Tai è il primo a essere arruolato come co-protagonista di “The Blood Brothers” e dopo protagonista di “The Boxer From Shantung“.

Nel 1974 accadono alcuni eventi significativi che danno una svolta alla carriera di Cheh. Il primo è la nascita della sua casa di produzione a Taiwan, con la quale – sempre sotto l’egida degli Shaw – gira alcune pellicole ispirate dalle leggende del Monastero di Shaolin e sulle figure di patriotti-martiri come Fong Sai Yuk, Hung Hsi Kuan e Wu Wei Kin. Il secondo è la scoperta di un nuovo attore, Alexander Fu Sheng e l’inizio di una collaborazione stabile e fruttifera con il grande coreografo ,regista, attore e combattente marziale Lau Kar Leung. Quest’ultimo non è nuovo al lavoro con Cheh. Sin agli anni Sessanta, infatti, quando il regista stava ancora a Taiwan, era stato assistente del più noto coreografo Tong Gaai, già consulente di Cheh. Il rifiuto di Gaii di recarsi a Hong Kong con Cheh aveva eletto Leung come primo consulente di scena. C’è anche da dire che l’avvento dei film di Bruce Lee, dove realismo e violenza erano le componenti fondamentali, avevano scosso l’industria del cinema di kung fu. Per riscattare il genere, a Cheh quindi  serviva uno come Leung, cioè un maestro di arti marziali capace di dare maggior realismo alle scene di combattimento. E così fu. Attraverso lo Shaw Training Centre For Young Actors And Actress, Leung forma una serie di attori e stunt di prim’ordine. Tra questi Johnny Wang Lung Wei, Leung Kar-Yan, Lau Kar Wing, Fung Hark On e Gordon Liu (il Pai Mei di “Kill Bill”), già fratello adottivo di Lau Kar Leung. Anche Fu Sheng fa parte degli attori che escono dall’Accademia Shaw, dove impara le basi dello stile Hung Gar. Il film che lo lancia nello stardom appena diciannovenne, è “Heroes Two“, che Fu Sheng interpreta al fianco di Chen Kwan Tai. Con gli Shaw Brothers, Fu Sheng lavora per ben nove anni, inanellando una serie di clamorosi successi fino alla sua tragica morte, avvenuta nel 1983 per un incidente d’auto. Se ciò non fosse avvenuto, è probabile che Fu Sheng sarebbe diventato una stella di prim’ordine.

Lo stile di kung fu che viene insegnato nell’Accademia è quello caro a Shaolin, ovvero lo stile della Tigre e della Gru, lo stesso che i patriotti Han usavano per combattere gli invasori Manchu. Lau Kar Leung, oltre a insegnare, ha modo di migliorare il tutto dal punto di vista visivo e di approfondire il lato storico. Tra i film che lo vedono a fianco di Cheh e che narrarono delle vicissitudini dei Monaci Shaolin nel 17esimo secolo, ci sono “Heroes Two“, “Men From The Monastery“, “Shaolin Martial Arts“, “Disciples Of Shaolin“, “Five Shaolin Masters” e “Shaolin Temple“. (continua)

Quando i lettori di Tex, nel giugno del 1996 si accinsero a leggere l’editoriale del nuovo Speciale Gigante, scritto a febbraio da Sergio Bonelli mentre si trovava in quel di Manaus (Amazzonia), appresero con dispiacere che quello che avevano comprato era l’ultima, sofferta opera di uno dei cartonist italiani più apprezzati e geniali di sempre. Roberto Raviola, maestro del fumetto nero italiano, conosciuto ai più come Magnus, era infatti scomparso qualche mese prima, stroncato da un male che non lasciava scampo. Prima di smettere di lottare era però riuscito a compiere l’ultima immane fatica, terminare un lavoro di 224 tavole su Tex durato ben sette anni: “La valle del terrore”.

Non fu certo facile per Magnus misurarsi con un’icona nazional popolare come Tex Willer, per questo scelse di farlo in solitaria, dedicandosi anima e corpo. Gli Speciali di Tex, all’epoca giunti con quest’ultimo volume alla nona edizione, erano l’occasione per l’editore Bonelli di arruolare grandi autori e vederli cimentarsi su storie di Tex su tavole di formato A4. Guido Buzzelli, Alberto Giolitti, Aurelio Galleppini, Sergio Zaniboni, Victor De La Fuente, José Ortiz, Giovanni Ticci e Aldo Capitanio avevano preceduto Magnus, eppure Bonelli da parecchi anni faceva il filo al disegnatore bolognese. Ma era inutile essere troppo insistenti. Magnus amava lavorare per differenti editori senza costrizioni e scadenze e Bonelli lo sapeva. Così dopo vari tira e molla, quando l’offerta fu fatta dallo stesso disegnatore con la sorpresa di Bonelli, quest’ultimo conoscendolo, non scommise un dollaro bucato sul rispetto della scadenza di tre anni per la consegna del materiale. E, infatti, la gestazione del Texone di Magnus (testi di Claudio Nizzi) fu lunga: ci vollero appunto ben sette anni e mille sofferenze per vederlo finito. La notizia del compimento dell’opera però arrivò breve e concisa in via Buonarroti, per mezzo di un telegramma che recava le seguenti parole: “Finito. Magnus”. Tipico di Raviola. Ma uno eccentrico e geniale come lui, con Tex dovette lavorare con umiltà, dimenticandosi lo stile del fumetto nero, cercando di rispettare il personaggio e ispirandosi al più classico dei suoi autori: Aurelio Galleppini. Magnus stesso, in un’intervista dichiarò: “Non posso che inchinarmi al lavoro degli autori venuti prima di me. Disegnare Tex è un impegno da far tremare i polsi…”. Numerosi furono i suoi studi grafici prima di iniziare il lavoro su Tex, tanti i bozzetti realizzati fino a raggiungere una certa sicurezza nel rappresentare il carattere dei protagonisti. Con l’aiuto di un enorme catalogo di oggetti dell’epoca, si documentò per rendere assolutamente somiglianti gli esterni e gli interni. Lo studio del disegno di un animale come il cavallo, fu per lui, abituato con altri tipi di soggetti, di non facile realizzazione e per questo si avvalse della mano di Giovanni Romanini

Insomma, un lavoro per niente improvvisato, talmente minuzioso e maniacale che spiega il perché di così tanti anni nella realizzazione e un così grande successo. A tredici anni di distanza dalla sua prima comparsa in edicola, nel 2009 è arrivata una nuova occasione per gustarci l’ultima grande opera del compianto Maestro Magnus con una ristampa di grande formato ancora reperibile tramite il servizio arretrati della casa editrice milanese. L’ho riletto e gustato più volte. Ecco il perché di questo post a distanza di tempo dalla pubblicazione originale e dalla ristampa. Se non l’avete, perché non siete fan di Tex o perché non eravate attenti, dopo aver letto di questa affannosa gestazione, ora dovete proprio procurarvelo!

Chi bazzica il mondo del fumetto da tempo, in special modo quello considerato underground, avrà certamente sentito parlare di Robert Crumb. Autore americano attivo sin dalla metà degli anni 60, Crumb è noto per aver fatto parte di quel gruppo di artisti che a San Francisco ha dato vita alla rivista Zap Comix. Suoi sono i personaggi di Fritz Il Gatto e Mr. Natural. Del primo è stato tratto anche un film uscito nel 1972 e diretto da Ralph Bakshi. Nel corso degli anni, Crumb ha collaborato con numerose pubblicazioni. In Italia abbiamo visto le sue opere adattate dai tipi di Milano Libri e Stampa Alternativa.

Oltre che amante del fumetto, Crumb è sempre stato anche un grande appassionato di musica. Sua, infatti, è la copertina di “Cheap Thrills“, celeberrimo album del 1968 di Janis Joplin e della Big Brother and the Holding Company che contiene la hit “Piece of my heart”.  Ma Crumb è soprattutto un grande amante del jazz, passione che ha dimostrato sin da metà degli anni 70, quando formò con gli amici una band di jazz tradizionale battezzata The Cheap Suit Serenaders. Della metà degli anni 80 è invece “Heroes of the Blues, Early Jazz Greats, and Pioneers of Country Music”, una raccolta di card collezionabili dove Crumb ritrasse i suoi jazzisti preferiti, corredando ogni illustrazione con una breve biografia. Quella raccolta è oramai introvabile, ma a venirci in aiuto c’è questa bella pubblicazione della casa editrice newyorchese Abrams, la quale ha radunato in un libro di 240 pagine tutte quel materiale, allegando ad esso un CD che contiene una personale selezione fatta da Crumb con i migliori brani (21 in totale) jazz, country e bluesd’annata (1927-1931).

Al di là dello stupendo lavoro grafico di Crumb, interessante è leggere la biografia di ogni artista e scoprire così personaggi come Jimmie Noone, King Oliver, The Memphis Jug Band, Dock Boggs, The East Texas Serenaders, Memphis Minnie, Skip James e altri. A introdurre questo bel libro, rintracciabile in ogni libreria internazionale e su Amazon a poco prezzo, è il filmaker e musicista Terry Zwigoff (“Babbo Bastardo”, Ghost World”), il quale ci spiega come Crumb è stato coinvolto nella realizzazione di ogni ritratto.

Continua il lavoro di recupero di Quentin Tarantino. Dopo aver reso omaggio al noir e al gangster movie con “Reservoir Dogs” e “Pulp Fuction“, all’exploitation con “Jackie Brown“, al kung fu con “Kill Bill vol.1” e “Kill Bill vol. 2“, allo z-movie con “A prova di morte” e al film di guerra con “Bastardi senza gloria“, Tarantino ora ci riprova con lo spaghetti western.

Ad anticipare il tutto ci aveva pensato l’attore Franco Nero a Los Angeles, in occasione dell’Italian Film Festival tenutosi a fine febbraio. Qui, l’artista di origini parmensi aveva rivelato ad alcuni giornalisti di essere stato chiamato dal regista americano per un film ispirato a “Django“, pellicola simbolo del genere spaghetti western in cui Nero fu protagonista per la prima volta nel 1966 e nel (brutto) sequel del 1987. Nero ha aggiunto che probabilmente altri nomi saranno parte della partita. Gente come Keith Carradine (fratellastro di quel David morto qualche tempo fa e protagonista di “Kill Bill”) e Treat Williams (visto in “C’era una volta in America” di Sergio Leone). Certa invece la presenza di Christoph Waltz, il nazista che abbiamo imparato ad amare in “Bastardi senza gloria”. Quasi certo anche Will Smith, chiamato dallo stesso Tarantino nel ruolo del protagonista. Pare che Smith sia anche disposto a rinunciare al suo solito cachet di 20 milioni di dollari(!) pur di partecipare…
Non è chiaro se Quentin sarà dietro la macchina da presa, quello che è certo è che il Nostro ha già pronta la sceneggiatura e il titolo del film: “Django Unchained“.

Ancora una volta Tarantino rende omaggio al cinema italiano di genere, stavolta puntando sul regista Sergio Corbucci, il quale nel 1966 girò proprio “Django”. Ricordiamo che con “Bastardi senza gloria” Tarantino si era invece ispirato al lavoro di Enzo G. Castellari (“Quel maledetto treno blindato“).

Una curiosità riguardo “Django”. Il film è stato talmente influente nel cinema che anche un altro regista famoso come Takashi Miike (“Ichi the Killer“) nel 2007 ha realizzato una sorta di tributo con “Sukiyaki Western Django

Uno strano ragazzo compare misteriosamente in un bosco della campagna inglese. Non appartiene a questo mondo e possiede strani poteri che non può capire né controllare. Le parole che ripete frequentemente sono: “Il Juganet è un circolo. Il circolo è una macchina. La macchina è un punto di incrocio. Il punto è una intersezione paramagnetica. Lì è dove dovrei trovarmi. Non qui.” Il nostro misterioso visitatore ribattezzato Sky (l’attore Marc Harrison) è stato scaraventato sulla Terra da un buco nero e vuole ritornare nel suo tempo, nella sua dimensione. A trovalo e in seguito aiutarlo, sono tre teenager – Arby, Jane e Roy – che lo scovano nei boschi della campagna inglese del West Country. Il compito dei tre però non è facile, poiché Sky quasi immediatamente è attaccato dalla Terra stessa che, attraverso la forza della Natura, vuole sopprimere l’elemento alieno come se fosse un corpo estraneo. A dar la caccia a Sky c’è anche il misterioso Ambrose Goodchild (Robert Eddison), un essere sinistro partorito sempre dalla Terra, capace di scomparire a suo piacimento.

Sky è una serie di fantascienza poco conosciuta in Italia (è stata trasmessa dalla RAI tra il mese di luglio e agosto del 1980 e mai più replicata). Prodotta nel 1975 da Bob Baker (Doctor Who) e Dave Martin, è stata girata nell’area compresa tra Stonehange, Glastonbury e Avenbury. Composto da solo 7 puntate, Sky è un prodotto essenzialmente rivolto a un pubblico giovane, ma non per questo è da considerare “minore”. Le atmosfere sinistre e misteriose, arricchite da una colonna sonora altrettanto disturbante, provocano nella spettatore una sensazione alienante che si percepisce sin dalla sigla iniziale ed è quindi godibile anche da un pubblico maturo.

A venire incontro ai numerosi fan che per anni hanno richiesto a gran voce di rivedere la serie, ci ha pensato due anni fa la Network, la quale ha riversato su di un solo DVD tutte e sette le puntate prodotte, recuperando anche gli episodi 3 e 7 da alcune VHS amatoriale, poiché non più disponibili negli archivi della HTV/Granada.

In questi giorni, dopo lunghe ricerche in Rete, sono riuscito ad entrare in possesso del suddetto disco. La qualità del riversamento è discreta e gli episodi sopra menzionati, pur essendo un po’ sgranati, sono comunque godibili. Sono assenti sottotitoli e contenuti speciali, che si riducono solo in una galleria fotografica e due documenti in PDF che riproducono due magazine dell’epoca i quali dedicarono spazio alla serie.

Per comprare il DVD, andate su Amazon UK, o ordinatelo direttamente sul sito di Network. Se l’opzione non vi aggrada e volete andare a “sbafo”, su YouTube ci sono tutti gli episodi disponibili per la visione.

Esiste anche un sito amatoriale messo in piedi qualche anno fa da un gruppo di fan.

Game Of Thrones: la serie TV

Il genere epic-fantasy non è certamente cosa per tutti. Molto popolare in ambito letterario (si va da Conan il barbaro di Robert E. Howard, alla Trilogia di Tolkien, al ciclo di Shannara di Terry Brooks alle Cronache di Narnia di C.S. Lewis…), ha sfondato anche al cinema recentemente, soprattutto con l’adattamento del Signore degli Anelli da parte del regista Peter Jackson.

Uno dei media che però è sempre rimasto fuori da questa invasione di spade, castelli, maghi, guerrieri e draghi è la televisione. Fino ad ora, infatti, non c’è stato nessun adattamento degno di nota che ha riscosso grande successo o esaltato la critica televisiva specializzata. Solo serial come “Hercules: The Legendary Journeys“, “Xena. Warrior Princess“, The Mist Of Avalon” e “The 10th Kingdom” possono essere citati come esempio di serial fantasy, ma non si tratta esattamente di prodotti memorabili.

Ora, però, sembra che le cose in ambito televisivo possano cambiare. In questo caso è la solita HBO che, per l’ennesima volta, potrebbe fare la differenza. Suo, infatti, è questo nuovo “Game Of Thrones”, adattamento per il piccolo schermo della trilogia di George RR Martin (“Cronache del ghiaccio e del fuoco”, “Il trono di spade” e “Il grande inverno”).

La location di “Game Of Thrones” è la terra di Westeros, una landa di fantasia dove risiedono sette casate di nobile lignaggio in perenne lotta tra loro per ottenere il Trono di Ferro. Ad unire i clan in lotta è – come spesso accade – l’arrivo di una minaccia comune. Per fronteggiare il pericolo, le famiglie dovranno formare una squadra di otto guerrieri scelti tra i loro ranghi.

Il traslare le novelle di Martin dalla carta alla televisione non è certo stata impresa facile. Non per la mole della trilogia in sè, piuttosto per il rispetto della storia originale considerando i canoni hollywoodiani. Per questo la HBO ha investito una notevole somma di denaro e arruolato un cast di eccezione. Alla produzione c’è David Benioff (Troy), Dan Weiss (Halo) e lo stesso scrittore della saga, George RR Martin, già abituato a lavorare in passato con la TV: troverete il suo nome tra i credits di serie come “La Bella e la Bestia” e “Ai confini della realtà” (anni 80).

Riguardo agli attori, certamente è noto il volto di Sean Bean, già interprete di Boromir ne “Il Signore degli Anelli” e di svariati altri film (Troy, Percy Jackson, ecc.). Peter Dinklarge (Le Cronache di Narnia), Emilia Clarke, lena Headey (“300″, “The Sarah Connor Chronicles”), Nikolaj Coster-Waldau, Michelle Fairley.

Mentre sto scrivendo queste righe sono andate già in onda due puntate: “Winter is coming” e “The Kingsroad”. La prima stagione sarà composta da un totale di 10 episodi da un’ora ciascuno. L’ultimo andrà in onda il prossimo 19 di giugno. Da quello che ho potuto osservare, le premesse per il successo ci sono e la serie ha quel potenziale necessario per poter catturare l’attenzione anche di chi il fantasy non l’ha mia digerito.

Il ritorno del Dottore

Da domani, sabato 23 aprile, BBC One riprenderà le trasmissioni della serie televisiva Doctor WhoSi tratta di uno dei serial sci-fi più longevi della televisione (dura dal 1963 con una sola interruzione che va dal 1989 al 2005), giunto con questa alla 32a stagione. Poco conosciuto da noi, seppur seguito da uno zoccolo duro di fan divisi tra gruppi e  vari siti Internet amatoriali, recentemente Doctor Who ha goduto di alcuni passaggi televisivi sul nostro digitale terrestre (RAI4, tuttora in replica) dopo un’assenza che durava sin dal 1980, anno in cui la RAI trasmise per circa un mese sul primo canale alcuni episodi. In patria invece il Dottore è una vera e propria istituzione, un personaggio popolarissimo capace di catalizzare ogni volta davanti al piccolo schermo milioni di telespettatori.

La storia di fondo è abbastanza semplice. Il Dottore, il cui vero nome è ancora oggi sconosciuto, è un alieno con sembianze umanoidi appartenente alla razza dei Signori del Tempo ed è originario del Pianeta Gallifrey. Animato da uno spirito avventuriero, il Nostro viaggia nello spazio e nel tempo tramite una macchina denominata TARDIS (Time And Relative Dimension In Space) e con alcuni compagni, per la maggior parte delle volte terrestri. Il TARDIS, pur avendo le sembianze di una vecchia cabina telefonica blu della polizia (retaggio della prima serie), al suo interno presenta ampi spazi di movimento e diverse stanze.

 Nata nel 1963 a scopo didattico (l’intenzione era dare qualche rudimento di Storia al giovane pubblico televisivo), Doctor Who con il tempo si è trasformata in una vera e propria serie di fantascienza dal grande profilo, guadagnando numerosi fan e pubblicazioni di vario genere (riviste, audiobook, fanzine, libri, gadget, ecc.) e spin-off (Torchwood, The Sarah Jane Adventures e K-9). Particolarità del Dottore, oltre alla sua natura aliena, è la capacità di rigenerarsi e cambiare aspetto. Questo espediente, inizialmente non considerato dai produttori della BBC, fu introdotto alla fine della quarta stagione (1966), quando William Hartnell, l’attore che interpretava il personaggio, dovette abbandonare per motivi di salute. Per rendere più plausibile il cambio, gli autori trovarono l’escamotage della rigenerazione. Così facendo, nel corso degli anni, arrivando fino ad oggi, i telespettatori hanno visto ben 11 attori avvicendarsi nei panni del Dottore.

Altro elemento fondamentale di Doctor Who sono i nemici. Il Dottore, infatti, incontra – o per meglio dire si scontra – regolarmente con alcuni “villains” noti e amati dal pubblico. Tra i più ricorrenti ci sono i Dalek, i Cyberman e i Sontaran. Meno frequenti, ma altrettanto popolari sono i Silurians e i recentissimi Weeping Angels. Altro character di rilievo, soprattutto negli anni 70 e 80, ma ritornato recentemente in azione, è Il Master (in Italia tradotto come Il Maestro). Questi è anch’esso originario di Gallifrey, è un viaggiatore del tempo, ma è animato da uno spirito ben diverso, più malvagio. Anche il Master ha la capacità di rigenerarsi e fino ad ora sono stati otto gli attori ad interpretarlo. Per la cronaca in passato il Dottore si è scontrato con altri Signori del Tempo, come la Rani, Omega e più di recente con Rassilon.

Come scritto poco sopra, dopo un periodo di stop dovuto a una serie di fattori legati alla crisi creativa degli autori e a un disinteresse della BBC, il Dottore è tornato trionfalmente nel 2005 con una nuova stagione e una Nona incarnazione (l’attore Christopher Eccleston). Da noi i pirmi a trasmetterla sono stati i tipi dell’oramai defunto Canal Jimmy (SKY).

Una immediata rigenerazione alla fine della suddetta stagione ha visto l’arrivo di uno dei più popolari Dottori sin dall’epoca del Quarto (Tom Baker): il Decimo, interpretato dal bravissimo David Tennant, Dopo tre stagioni di successo ora è il giovane Matt Smith a interpretare il Dottore e guidare il TARDIS.

Se avete voglia e tempo di appassionarvi a questa serie, oltre a seguire le repliche delle nuove stagioni su RAI4, potete acquistare i DVD delle prime due disponibili anche in italiano. Oppure, se vi sentire coraggiosi, comprare i DVD delle vecchie avventure editi dalla BBC.

Intanto eccovi il trailer della nuova stagione da domani on air.

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